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Un pranzo d'altri tempi sulle strade del Grignolino Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 17-12-2011 Quando arriva il Natale ognuno ha i suoi riti, eredità di quel sogno della giovinezza che rimanda ai tempi senza pensieri (spensierati), con la sicurezza dei genitori e dei nonni. Nei miei Natali c'è sempre stato un viaggio fra le brume del Monferrato per comprare il Grignolino, che necessariamente, in una famiglia di Barberisti, era il vino del Natale, da mettere accanto agli agnolotti, ma anche al cappone (domenica ne ho assaggiato uno spettacolare, a San Damiano, allevato da Lucia e cucinato arrosto). Così l'altra sera, memore degli indizi del parroco e del farmacista che ne sapevano di vino e salami, sono andato a Scurzolengo, ma in realtà cercavo il mito della mia giovinezza che era il Grignolino di Migliandolo (fatemi sapere se qualcuno ancora lo fa). E lì, mi sono ritrovato nel luogo dove sorgeva una mitica trattoria, Rita, che oggi ha una nuova gestione: Da Vinci (via Marconi, 31 tel. 0141203341). Una trattoria semplice, con un cuoco giovane che m'ha dato un vitello tonnato con una salsa generosa di maionese. Mi sono sembrati un poco addomesticati gli agnolotti d'asino (meglio quelli della Raviola Galante, sempre di Scurzolengo), mentre gli gnocchi con la salsiccia, benché un po' duretti, avevano il sapore delle buone cose fatte in casa. Bel piatto, le delizie di maiale al Ruchè, con patate al forno perfette, per un pranzo d'altri tempi, sotto i 30 euro. Sulle strade del Grignolino. Quando i cossot annunciavano l'arrivo dell'estate Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 02-07-2011 ![]() I cibi sono descrittori perfetti delle stagioni e, quando arrivano in tavola, ci ricordano che viviamo pur semper dentro a un magnifico ordine, segnato dalle stagioni. Che fosse estate, quando ero bambino, significava innanzitutto gli zucchini, che crescevano in abbondanza e quindi venivano preparati in vari modi per dare a noia: speciale era quello in carpione a fettine sottili con aceto di vino bianco e brivido di aglio, quindi trifolati da accompagnare alle carne e infine all'uovo con il prosciutto. L'altro giorno a Dusino San Michele s'è festeggiata la sagra dei cossòt e il sindaco Valter Luigi Malino che ha voluto la De.Co. (denominazione comunale) ha presentato con un certo orgoglio il primo produttore che ha deciso di mettere in vasetti queste specialità. Lui si chiama Giorgio Turco (via Generale Berardi, 19 - tel. 0141930972) e dai cossòt ha ricavato un risotto già aromatizzato con le zucchine, ma anche i cossòt grigliati e quelli al brusch. Ma ghiotta sarà anche la giardiniera... naturalmente con i cossòt. Finanziera folgorazione che dura da 150 anni Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 20-03-2011 ![]() Come ricetta è citata fin dal 1450, ma il suo nome ha gli anni dell'Unità d'Italia, essendo mutuato dalla giacca da cerimonia, detta finanziera, indossata a Torino nell'800 dai rappresentanti della finanza piemontese. Oggi la finanziera è una vera rarità che porta sovente a chiedersi dove sia possibile assaggiarne di buone. La folgorazione, personalmente e dopo tanto tempo, l'ho avuta domenica scorsa durante un pranzo dedicato ai 150 anni, dove a un tratto è arrivato questo piatto succulento e perfetto, cucinato alla trattoria Roma di Grana (Asti) che poi ho scoperto essere un locale conosciuto dagli appassionati della specialità. La cuoca Daniela Pane ha rilevato da mamma Felicina questa trattoria aperta 40 anni fa e la sua finanziera è preparata con le frattaglie del pollo (durone, cresta e fegatino), il filone di vitello e le verdure cotte in umido: peperone lessato in aceto bianco, cipollotti sott'aceto sgocciolati, funghi e piselli. Il risultato è stupefacente, sia per l'armonia dell'insieme, sia per la ricchezza gustativa della ricetta, che richiede sorsi generosi di Grignolino. L'indirizzo è corso Garibaldi, 73 (tel. 014192610). Ritornare per l'insalata russa a Cavatore Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 13-03-2011 ![]() L'altra sera a Villamiroglio, dove l'associazione “C'era una volta” mantiene vive le tradizioni, ho partecipato al rito dei cante jeuv, ovvero la questua delle uova che annunciava la Primavera. E mi sono divertito tantissimo. Ma ricordo che la mia prima volta dove venni coinvolto in questo rito fu a Cavatore, proprio nel ristorante da Fausto (loc. Valle Prati, 1 • tel. 0144325387) che è un luogo eroico poco sopra Acqui Terme, dove solo la passione smisurata di una famiglia ha permesso di creare quello che oggi è diventato un relais romanticissimo. Persino Renzo Piano, che è venuto a mangiare qui, ha dato consigli, ma Fausto Ivaldi si può dire che sia discepolo di Giacomo Bologna, per quella sua capacità di ragionare in grande e su prodotti di qualità. Ha sei camere bellissime, in un ambiente accogliente in mezzo al verde, di fianco al suo ristorante dove la moglie prepara le acciughe delle vie del sale in tutti i modi, l'insalata russa cremosa, la frittata della nonna, i gnocchetti al Castelmagno e la faraona con le patate, oltre a quei dolci semplici che fanno venire la voglia di ritornare. Bisogna andarci, questa è una storia di autentica resistenza umana! Quei Tajarin e "il mattone" riconciliano con la vita Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 13-02-2011 ![]() ”Quei tajarin sembrano quelli di Camulin”. Dicono tutti così quando assaggiano un buon prototipo di pasta all'uovo delle nostre terre. I tajarin che hanno stupito sono quelli di Olivazzi di Quattordio (piazza Olivazzi, 2 - tel. 0131773314), che li produce con un frumento biologico di colore naturalmente dorato: lo macina a pietra e lo setaccia aggiungendo otto uova fresche per chilo di farina. I tajarin mitici di Camulin a Cossano Belbo (corso Fratelli Negro, 3 – tel. 014188126), invece, ne hanno 30 di rossi d'uovo, impastati con le farine del Mulino Marino e soffici come nuvole. Ma attenzione: non arrivate prima delle 20, perché potrebbero invitarvi ad andare a fare un giro. A noi è successo nei giorni della Merla con le due poltrone all'ingresso che ci guardavano vuote. Alla fine siamo entrati, ma un po' ci siamo sentiti dei corpi estranei. Però quando sono arrivati i tajarin più buoni del mondo, quando hanno porzionato il fritto misto ghiotto e da manuale e quel dolce della casa, che chiamano “il mattone”, ci siamo riconciliati. E non solo ci è parso che Camulin abbia rintracciato i fasti cucinari del passato, addirittura che fosse diretto verso una sorta di sorprendente perfezione... invito “turistico” iniziale a parte. Agnolotti, scrigno del Monferrato Dalla rubrica "In viaggio con gusto" di Avvenire 04-03-2011 ![]() Se senti l'odor del glicine che ti penetra di dentro una cosa è certa: sei nel Monferrato. Così scriveva Clotilde Santanera per spiegare l'essenza di questa terra antica fondata dal marchese Aleramo nel 961, accanto a un monastero benedettino sito in Grazzano Badoglio dove riposano le sue spoglie. Io sono di lì, quella terra è la mia terra e dal mio paese, Masio, ho fatto chilometri e chilometri in bicicletta, su e giù per colline dolcissime, dove hanno preso dimora artisti, scrittori, persone semplici che hanno lasciato la città per sempre. Marina Corradi è anche lei una monferrina di adozione e su queste terre ha scritto dei pezzi memorabili, di cui l'ultimo, dedicato al silenzio monferrino, l'ho incorniciato. Se dovessi dire cos'è il Monferrato, incomincerei proprio dai silenzi, guardando il panorama che si perde a vista d'occhio dalle finestre di un castello. È un panorama di vigneti (qui fanno la Barbera e il Grignolino) e di boschi, come quello che si evince dal Santuario di Crea dove Cesare Pavese s'interrogò sulla fede grazie ai dialoghi con don Baravalle. Ma che dire del silenzio attorno all'Abbazia di Santa Maria di Vezzolano o della pieve di Montechiaro d'Asti? Era monferrino anche don Bosco, che si spingeva fino a Montemagno, coi suoi ragazzi, per portarli a vendemmiare. Quando vengo qui, vado sempre al cimitero a trovare la mia amica Cilla. E così facendo mi accorgo che nel Monferrato anche i cimiteri sono belli, ambientati intorno ai vigneti con lo sguardo verso l'infinito. Nel Monferrato c'è una carne gustosissima, tratta dalla bianca razza piemontese e si mangia cruda con un poco d'olio, anch'esso del Monferrato. E poi c'è un pane di pasta dura che, nomen omen, si chiama la Monferrina, che rimane buono anche due giorni dopo. Vicino al Santuario di Crea, a Castelletto Merli, bisogna andare nel negozio degli alimentari di Dilve Penna, che ti accoglie con una scritta commovente: “Se hai due soldi spendine uno per il pane con l'altro compra rose per il tuo spirito”. Col suo pane e un goccio di Grignolino si assaggia la Muletta, che è un salame crudo insaccato in un budello naturale. Ma il piatto che connota il Monferrato affonda le radici nella sapienza del recupero degli avanzi. È l'agnolotto, una sfoglia di pasta che raccoglie gli avanzi di tre carni e che dice festa. A Pontestura, il paese di Marina, a Casale Monferrato e a Felizzano, i rispettivi agnolotti hanno la De.Co. (denominazione comunale). L'altro piatto è il fritto misto, servito in almeno 7 fragranti pezzi. Quante cose avrei da raccontare, immaginando di correre sulle alte vette di Vignale Monferrato, poi Frassinello, Camagna e Terruggia, fino alla pianura di Mirabello col castello di Giarole e ancora a Camino, dove c'è il più bel castello mai visto. Tutti questi luoghi e 40 paesi in festa, saranno i protagonisti di Golosaria tra i castelli del Monferrato, in programma nei primi due week end di marzo. Sul sito www.golosaria.it ci sono tutti i dettagli, ma soprattutto ci sono i miei 50 anni in questa terra, i miei silenzi, le mie preghiere. Vediamoci lì. A Moncalvo i campioni di pasta, carne e buon vino Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 16-01-2011 ![]() In paese è per tutti Michelizio e l'altra domenica ho visto coi miei occhi un assalto di milanesi nella sua nuovissima enoteca La Bottiglieria che, dalla salita a piedi di via XX Settembre verso la piazza del paese, accende luci invitanti. Sono quelle delle buone bottiglie di vino, ma anche dei prodotti migliori d'Italia. Siamo a Moncalvo, e nella chiesa di San Francesco verrete conquistati dai dipinti di Guglielmo Caccia, detto “il Moncalvo” (anche se vien da chiudere gli occhi davanti a quegli affreschi kitsch sull'altare). Questo è un raro paese che ha deciso di tenere aperti i negozi la domenica. E c'è di che divertirsi se si pensa che sulla grande piazza Garibaldi si affacciano tre campioni: Lauro Micco, il miglior macellaio d'Italia, accanto ad Accornero che vende formaggi scelti, il riso di Rondolino, ma anche una selezione di paste da veri intenditori (ci sono la pasta Martelli e quella di Mancini). A completare il quadro il ghiotto bazar di Piero Broda che propone anche tartufi accanto a bottiglie rare e a dolci. Con questa e altre specialità (cercate anche la panetteria Tappa in via XX Settembre), dopo aver mangiato a La Bella Rosin di piazza Vittorio Emanuele, credo che Moncalvo si ricandidi ad essere il riferimento turistico del Monferrato. Un cannoncino alla Barbera Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa ![]() La Barbera non morirà mai. Lo dico quasi commosso (“cantuma la gloria dla barbeira neira” ricordava il conte Riccardi citando Costa), allorché domenica mattina, davanti al banco dei cannoncini della mia pasticceria preferita, Zoccola di Alessandria (corso Lamarmora, 61 - tel. 0131254767) la bella Alice mi ha detto: “Vuoi assaggiare l'ultimo nato?”. Di fronte a me c'era Bruna Valizia, la nonna, che ha 92 anni ed è sempre lì col sorriso a impacchettare queste specialità stratosferiche, che sono i cannoncini mignon e lunghi, fragranti, perfetti nell'equilibrio degli ingredienti. Alice non sa che quel cannoncino alla Barbera, non solo va dritto al cuore di chi ama questo vino, ma è addirittura speciale come il cannoncino che, tra i sette della serie, ha la mia preferenza: quello allo zabaione fatto con il Marsala. Nella ricetta, per un litro di Barbera si utilizzano 12 rossi d'uovo, 1/2 chilo di zucchero e 1 etto di farina. Lo zucchero si sbatte con le uova, poi si aggiunge la farina e in ultimo una Barbera robusta del Monferrato. A questo punto si mette il tutto in cottura fino a farne una crema. Con un litro di Barbera si confezionano circa 130 cannoli. Ma lasciate perdere: non vi verranno mai così buoni. Consolatevi con l'altro cannoncino al vino, quello al Moscato di Strevi. Incontri monferrini tra milanesi e macellai Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 12-11-2010 ![]() Non so se è nato un fenomeno o se è una lenta tendenza; non so se si sta diffondendo, ma ho passato un week end intero a rispondere agli amici milanesi che venivano a fare spesa di carne nel Monferrato. Amici che vanno diretti da Guastavigna a Bergamasco (qui carne dei suoi allevamenti e tartufi) e prendono contatti per farsi portare la carne a casa, ogni lunedì. Oppure ci sono Lauro Micco a Moncalvo, bandiera della razza bovina piemontese, o Vittorio e Loredana a Nizza Monferrato. Il vanto dell'Osteria dell'Elfo di Camagna Monferrato (via Matteotti, 27 - tel. 0142925138), ad esempio, è una macelleria di San Germano, alle porte di Casale, che lavora la carne in maniera esemplare. Abbiamo finito lì la nostra domenica, coi milanesi increduli che si potessero ancora spendere 25 euro per un pranzo da re. Memorabile quel risotto con la zucca, ma anche la parmigiana, la trippa, la zuppa di ceci, l'oca al forno con le patate, i cardi e un eccezionale baccalà. Si è chiuso con le castagne e con lo zabaione. Per bere, c'era solo l'imbarazzo della scelta. A quando allora un'alleanza tra macellai e cantine per organizzare la spesa dei milanesi? La sorpresa sotto i portici di Nizza è la "belacauda" Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 14-10-2010 ![]() I portici nei paesi di mezzo Piemonte sono qualcosa di intimo, che è come se rendesse casa tutto il centro abitato. Ma il centro più vicino dove godere di una passeggiata sotto i portici, per me, era Nizza Monferrato, dove si andava in bicicletta per mangiare la farinata. Un personaggio mitico, che vendeva la bellecalda sul carrettino era Tantì, oggi immortalato in una grande foto che campeggia dietro al bancone del ristorantino di via Pio Corsi, 18 (tel. 0141727338) dedicato proprio a Tantì. E' stata un'idea di Silvia e di Bruno, che da anni girano le piazze di mezza Italia a sfornare la loro fragrante farinata. Ma non credevano che il successo di questo locale fosse così immediato, tanto da essere preso d'assalto a tutte le ore. Qui si mangia la farinata classica, ma anche quella col gorgonzola, con le cipolle o la straordinaria con la salsiccia. Per i vini c'è una selezione del meglio che si abbina alla farinata, e dal loro ricettario di famiglia hanno estrapolato un'insalata russa da manuale, il buon vitello tonnato, la carne cruda battuta a coltello, le mitiche acciughe al verde e il bonet come si fa a Nizza. Ah: salumi e formaggette con la mostarda non mancano. Che bella sosta!!! Quei tesori gastronomici nelle terre di Fausto Coppi Dalla rubrica "Castigapiatti" di Vita del 10-09-2010 “E poi voglio i bambini”. Ha concluso così il suo intervento appassionato, il filosofo-contadino Walter Massa, chiamato sul palco con Elisa Isoardi per la festa del salame nobile del Giarolo che si è svolta a Borghetto Borbera a metà luglio. L'applauso della folla che quella sera si era stretta attorno ai 54 produttori di queste valli del miracolo enogastronomico è stato fragoroso: i bambini sono la speranza, perché un luogo non vada a morire. Walter Massa è un giovane vignaiolo di Monleale, salito agli onori delle cronache del vino per il suo bianco da uve timorasso che oggi svetta da Heinz Beck e nei migliori ristoranti del Paese. Vent'anni fa questo vino non c'era, esisteva solo l'uva bianca, retaggio di un passato che dopo la malattia della vite (la fillossera), a inizio Novecento, portò a scegliere altre strade. Lui, con altri suoi colleghi ci ha creduto e col Timorasso s'è ricominciato a parlare delle Valli Curone, Ossona, Borbera e Spinti che oggi rappresentano un'unica comunità montana. Sono le valli dove si allenava Fausto Coppi e da cui traeva ispirazione per le sue opere il pittore Pellizza da Volpedo (che è il paese delle pesche più buone del mondo). In questa valle anche il formaggio Montebore, a forma di torta nuziale, fatto con il latte ovino, non esisteva più. Lo ha tirato fuori da una storia di 500 anni Roberto Grattone, che a Mongiardino Ligure ha inziato a produrre questa perla casearia oggi simbolo di queste valli insieme al salame nobile del Giarolo (buonissimo, superlativo, fatto con le migliori carni dei maiali), alle fagiolane, alle ciliegie di Garbagna, al miele, alla carne da animali allevati all'erba, alle patate quarantine. Una miniera che ha ricominciato a dare linfa al turismo, un'operazione spontanea che andrebbe studiata sui libri di scuola. Se andate al ristorante Il Fiorile di Borghetto Borbera, potete cogliere l'essenza di questa operazione culturale che Walter Massa ha sintetizzato molto bene, dicendo che vorrebbe inviare una fattura al ministero del turismo. Sì, perché il territorio che viene reso ordinato dall'attività dei contadini è l'essenza del turismo stesso, basta varcare la soglia del territorio, uscendo a Tortona oppure ad Arquata Scrivia per rimanere stupiti come lo sono stato io la prima volta, quando ho visto le “strette” di Pertuso e pensavo di trovarmi nel Grand Canyon. Bella l'Italia! L'angolo di pace della Val Borbera Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 13-08-2010 Pezzo dopo pezzo. Così nasce il turismo in un'area da studiare sui libri di marketing: la Val Borbera. L'altra sera Massimo Martina aveva la schiena a pezzi, perché il peso di un tronco d'albero del già bellissimo giardino circondato da prati e monti, gli ha provocato uno strappo. Eppure ha cucinato in maniera impeccabile, in questo angolo di pace – Il Fiorile (fraz. Castel Ratti – via XXV aprile, 6 – tel. 0143697303) dove ti accolgono con il sorriso e dove si sono fatti da sé puntando su una stella polare: i prodotti del territorio. Così non potete andare in questa oasi a pochi chilometri dal casello di Vignole-Arquata senza ordinare il flan di Montebore col miele d'acacia o il Salame Nobile del Giarolo che si accompagna al pane fatto in casa. Di primo le mezzelune di spinaci e ortica con il seirass dice dell'antica sapienza del recupero in cucina, ancor più in un luogo eroico come questo. Il baccalà delle vie del sale qui lo accostano alla polenta “ottofile” tortonese, mentre la manzetta allevata all'erba ha una salsa al Timorasso. Stupendo il filetto di maiale cotto sottovuoto in crosta di melanzane, per chiudere col tiramisù alle pesche di Volpedo. Che bella esperienza, “a chilometro ravvicinato”! Deviazioni fuori casello di ritorno dal mare Dalla rubrica "Castigapiatti" di Vita del 30-07-2010 Le code per tornare a casa la domenica dal mare sono un classico d'estate. Ora, se si è ragazzi in compagnia ci si diverte anche, ma se l'abitacolo è quello di una famiglia coi bambini, la coda è proprio da evitare. Eppure sono pochi quelli che hanno il coraggio di uscire da un casello per cercare rifugio in qualche angolo tranquillo di campagna o di un'accogliente cittadina. Se mi chiedessero un consiglio sulla trafficata Genova-Serravalle direi di uscire a Tortona, per visitare il cuore di questa città con la sua via Emilia porticata, dove trovi la sorpresa dei baci dorati. Ma se ci si deve addentrare nei paesi, il consiglio è Sant'Agata Fossili, dove Paolo, smesso il camice bianco da primario, aiuta la famiglia a portare avanti la Locanda del Barco, un agriturismo in mezzo al verde di quella campagna dove si allenava Fausto Coppi. E qui, la scoperta da fare è l'assaggio del vino bianco Timorasso, una delle chicche enoiche più buone d'Italia. Sull'autostrada che collega Savona con Torino, la deviazione consigliata è a Carrù. Alla domenica il paese tiene i negozi aperti, sapendo che non pochi, ormai, si sono abituati a questa scelta. E qui si cerchi la cucina del ristorante Moderno, che ha un piatto imperdibile come la carne al sale, fatto coi mitici bovini di razza piemontese. Anche Carrù ha i suoi portici, il castello, i bar disseminati nelle piazze e nelle vie. Non distante dal paese, a tre chilometri, c'è Piozzo dove Teo Musso, leader dei produttori di birra, apre il suo locale in cui mesce birra, ma anche le bibite straordinarie che ha ricreato con il cuore alla memoria (una cedrata strepitosa, il ginger e la spuma). L'ultima tappa m'ha fatto pensare. Si chiama “Cambio Cavallo” ed è un ristorantino a base di pesce con 11 belle camere, nel cuore della città di Asti. Il cuoco è siciliano e ci sa fare con il pesce; ma chi m'ha colpito è stata la sua compagna che ha voluto dimostrare come un luogo nasce se ci si crede. Ogni venerdì sceglie di non fare il ristorante, ma un grande aperitivo dove arrivano 600 persone. Il risultato è il ristorante pieno durante il resto della settimana e pure le camere, a giudicare da quel martedì di luglio con famiglie giovani, che hanno scoperto quanto è bella la provincia, se la si vuole scegliere. www.cambiocavallo.com Sorprende la cucina sul grande fiume Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 16-04-2010 (nella foto, la tortella al cartoccio)Perché certe parole, certe inflessioni dialettali e finanche certi piatti e vini hanno un comune denominatore in Piemonte e in Emilia? Massimo Spigaroli, il re del culatello non ha dubbi: è il Po il legante di una cultura. Per rendersene conto basta andare una sera a cena da Manuela, a Isola Sant’Antonio (via Po, 31 - tel. 0131857177) là dove finisce la strada, perché davanti a questo chalet caldo scorre il grande fiume. È uno dei locali dove le contaminazioni piacentine e oltrepadane toccano la cucina alessandrina. Ma qui avrete anche a che fare con una famiglia che al pari di tanti osti dell’Emila fanno i salumi per la felicità della clientela. Assaggiate la coppa (straordinaria), o il salame crudo che confeziona ancora Papavero senior (85 anni), con l’orgoglio, nel servirlo, del figlio e del nipote. È festa con le rane fritte, i pesciolini di fiume, il risotto con la pasta di salame e quei pissarei al pesto di menta che non trovate altrove. Il grande fiume viene evocato con l’anguilla ma anche con l’anatra brasata con le fave, come fanno anche nelle altre terre del Polesine. Le pere al ruché di Geppe Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 09-04-2010 (nella foto, la finanziera)La domanda sta diventando pressante, a ritmo di uno alla settimana: “Ma dove posso mangiare una finanziera?”. Ora, premesso che la miglior finanziera della mia vita l’ho assaggiata da Giovanni Ruffa, che l’ha cucinata per diletto una sera ad Eataly, giocando con quel pizzico di Marsala che la rendeva suadente, l’ultimo assaggio soddisfacente l’ho fatto da Geppe a Castagnole Monferrato (via Umberto I, 10 - tel. 0141292113), una trattoria di paese di quelle autentiche, dove i giovani che la gestiscono, Andrea Roasio e la moglie Tecla, hanno anche una carta dei vini originale che apre la pagina coi tanti Ruchè, vino simbolo del paese. E il Ruchè, con quel suo profumo di rosa e la nuance aromatica che tradisce una stoffa carezzata di buona tannicità è forse il vino ideale per gustare questo piatto simbolo del recupero degli avanzi, oggi assurto a regalità. Ma di Geppe mi sono piaciuti anche il ghiotto capunet di coniglio, i friciulin di patate, gli agnolotti da manuale al sugo d’arrosto e la coda di vitello al Ruchè, da scegliere in alternativa a un’altra passione trattoriesca: la gallina bionda di Villanova alla cacciatora. Se poi si chiude con la pera al Ruchè, il paradiso - dove riposa don Cauda il parroco che riabilitò Ruchè, scomparso un anno fa - è quasi a portata di mano. Uova sode, insalata, il pane, le rose Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 26-03-2010 (nella foto, Dilve Penna, titolare dell'emporio a Castelletto Merli)Ora che la Pasqua si avvicina voglio confessarvi una passione strana, che è quella di girare fra i negozi degli alimentari. La mia amica Marina Corradi ha la casa a Pontestura e quando ci incontriamo mi racconta di quegli agnolotti fantastici che Silvana Nicola (corso Roma 23 - tel. 0142466583) confeziona con carne di maiale e di vitello. Un gruppo di gente che arriva da Milano mai e poi mai rinuncerebbe ad acquistare quelle “Monferrine” cotte nel forno a legna dalla panetteria Crova di Sala Monferrato (via Olearo, 27 – tel. 0142486728) dove esiste anche una buona tradizione di muletta, che di quel pane fragrante sopra ogni misura ne è companatico ideale. Ma nel mio vagabondare per il Monferrato, l'emporio alimentare di Castelletto Merli di Dilve Penna (via San Giuseppe, 33 – tel. 0141918113) è stato una vera e propria folgorazione. Aveva uova fresche, verdura di stagione, ma soprattutto pane e grissini che la signora serve come fossero gioielli. Ci siamo fermati lì, con la scusa di un caffè, per respirare l'aria dei negozi di una volta che sono case, dove in questa stagione trovi anche il tarassaco per fare un'insalata rorida di aceto e uova. A un tratto, alzando lo sguardo, ci è apparsa una frase appesa a una parete: “Se hai due soldi, spendine uno per il pane, con l'altro compra rose per il tuo spirito”. Ma non è questo il manifesto della bellezza? L'avrei baciata in fronte. Le storie povere dei sapori del Monferrato Dal "Castigapiatti" su Vita del 26-03-2010 (nella foto, i Pen di Oviglio)Credo di aver vissuto una cosa unica in Italia, quando la domenica del 7 marzo, dalla mattina alla sera ho girato nei paesi del Monferrato per celebrare le De.Co. che stanno per denominazioni comunali. Ben 11 in un solo giorno, col sindaco in fascia che posava accanto a un piatto o a un prodotto identitario per dire, con una semplice delibera, che la sua comunità si identifica con quella storia. E quante storie si son lette fra questi prodotti quasi dimenticati come la pouvrà, una minestra povera fatta con brodo e fegatini di pollo che fanno a Felizzano. Oppure gli agnolotti, uno diverso dall’altro, ma tutti fissati su quella storia del recupero degli alimenti, come mi ha ricordato Alfonso Signorini dai microfoni di Radio Montecarlo quando mi ha detto che da lui l’agnolotto si mangia la sera della domenica di Natale. E se a Pontestura l’agnolotto è fatto con due carni (maiale e vitello), a Casale Monferrato, altra De.Co., si aggiunge il tartufo nero. A Terruggia la De.Co. è stata la carne cruda del Monferrato, mentre a Oviglio svettano i Pen, che sono una sorta di gnocco fatto di pane e altri ingredienti del recupero. Clamorosa la De.Co. di Serralunga di Crea, dedicata alla muletta, che è un salame buonissimo, mentre nella vicina Ponzano hanno celebrato la mostarda non senapata di mele sane (“Pum san”). A Camino Monferrato il simbolo è una torta fatta con le mele secche (i ciapett), buonissima, che si assaggia con una rara malvasia bianca, mentre a Mirabello Monferrato il dolce è la tirà, ovvero una focaccia povera farcita con le uvette. Infine a Frassinello Monferrato bisogna andare per vedere gli “infernott”, che sono delle cantine scavate in profondità, nel tufo, dove riposa il Grignolino. Che bello aver visto la vitalità delle comunità, dei paesi, attorno alla storia di un piatto. E che bello salutare il sindaco di Vignale Monferrato, il paese che svetta come un balcone su questo territorio, che inaugurava, nel castello, una nuova casa: “Grignolino&Champagne” l’hanno chiamata. E in un solo giorno sono venute a visitarla 2.000 persone. Siete ancora lì? Paolo Massobrio www.italiadigolosaria.it La merenda di Volpedo si chiama "schita" Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 12-03-2010 (nella foto, la "schita")A Volpedo, alla sinoira, il sindaco mi ha portato al circolo del paese per prepararmi la “schita”, che è una focaccia fatta di sola farina, sale e acqua cotta in padella con olio extravergine di oliva per una decina di minuti. L’abbiamo assaggiata col Cortese e il Timorasso, e poi con la confettura di pesche di Volpedo, eccezionale, della società cooperativa Volpedo Frutta. E lì mi sono trovato a vivere uno dei rari momenti di socialità, quando si improvvisava quella focaccia per bere insieme un bicchiere di vino. Una focaccia che nei paesi intorno è conosciuta come “schita”, mentre a Volpedo, col dialetto fa “sguiccia” che credo sarà il nome della imminente denominazione comunale (attenzione: l’acronimo corretto è De.Co. e non De.C.O. che erroneamente fa riferimento all’origine, appannaggio di altre denominazioni riconosciute in Europa). Domenica in provincia di Alessandria, caso unico nella storia del nostro Paese, dieci Comuni festeggeranno la De.Co.: dagli agnolotti di Casale, Felizzano, Pontestura ai “Pen” di Oviglio, alla Muletta di Serralunga: quindi la Torta ai ciapett di Camino, la tirà di Mirabello, la carne cruda di Terruggia, il “Pum San”, che è una mostarda di Ponzano, fino agli infernott di Frassinello e alla curiosa puvrà (detta anche cacca del bambino) di Felizzano. È festa!!! I castelli del Monferrato aprono a Golosaria Dal "Castigapiatti" su Vita del 12-03-2010 (nella foto, la proclamazione della De.Co. sulla Tirà di Mirabello)Ci sono dei paesi a cui è impossibile non affezionarsi. Uno di questi è Mirabello, che già nel nome evoca orizzonti sinuosi di colline. E difatti siamo a Mirabello Monferrato, un paese a una manciata di chilometri da Alessandria Ovest o da Casale Sud, che spicca con la sua piazza, il suo centro storico un po’ nascosto, ma soprattutto una comunità attiva, viva, tanto che un signore, pochi mesi fa, ha fatto testamento lasciando tutto al suo Comune, come segno di stima e riconoscenza per come è stato accompagnato durante la sua vecchiaia. E si riferiva proprio ai dipendenti comunali, ai rapporti umani, a quel senso di comunità che nei grandi centri sembra essere stato spazzato via. E allora io dico, venite a Mirabello, e magari veniteci proprio domenica 7 marzo, quando questo paese diventerà una delle tappe di Golosaria tra i castelli del Monferrato. Il sindaco ha invitato i giocolieri per i bambini, ma anche una quindicina di produttori di cose buone accanto a quelli di vino. E si celebrerà la denominazione comunale su un prodotto in cui tutto il paese si identifica: la tirà, una sorta di focaccia povera, che segnò il tempo di guerra dei nostri paesi. A pochi chilometri di distanza, credo appena quattro, a Giarole, c’è uno dei più bei castelli di pianura che abbia mai visto e che da 900 anni appartiene alla stessa famiglia: i Sannazzaro. Durante Golosaria si potrà visitare, e vale la pena soprattutto la chiesa affrescata dove appare un dipinto che ritrae Margherita l’ultima discendente dei Paleologi, di cui quest’anno ricorre il 500° anno dalla nascita. Da Mirabello e Giarole, il viaggio prosegue verso Casale Monferrato, dove il grande castello della città, tornato a nuova vita, accoglierà i migliori produttori di tutta Italia, mentre scegliendo la strada per Pontestura, si arriverà sotto il castello di Camino, che è uno dei più completi manieri rimasti intatti, con tanto di ponte levatoio. Ma quanti altri castelli meriterà visitare, chiudendo magari la giornata a Vignale Monferrato, con un bicchiere di Grignolino assaggiato accanto ai prodotti a chilometro zero di Campagna Amica. Noi saremo là. 20 prodotti per 20 paesi ![]() Ad Asti, nel corso della conferenza stampa di presentazione di Golosaria nella sede della Provincia, sono state protagoniste le 20 eccellenze di quei paesi dell'astigiano non toccati da Golosaria ma raccontati fin dalla prima ora sulla Guida Critica Golosa. Ecco la lista! Una torta in sposa al suadente Brachetto Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 26-02-2010 ![]() Escargot & Brachetto non è certo un abbinamento, ma la sera di mercoledì 3 marzo al Teatro Comunale di Alessandria si scoprirà l’arcano. Certo il Brachetto non ha ancora un dolce codificato a meno che il variegato mondo di produttori, ristoratori e pasticcieri non voglia accettare quella specialità incredibile che Patrizia Ghiazza mi ha preparato l’altro giorno per avere un mio parere. Si chiama Torta Amarella e nasce dall’idea della pesca ripiena con amaretti e cacao, che in questo caso è stata trasportata in una conca di pasta frolla. Lanciata nel 2007 ad Acqui e Sapori dopo che Patrizia l’ha cotta nel laboratorio di Mario Fongo, la torta non è mai stata commercializzata, benché lei abbia brevettato e registrato il marchio col sogno di diffonderla tra le pasticcerie e i laboratori artigianali. Gli ingredienti principali sono la farina del mulino Cagnolo, zucchero di Pinipero, burro e uova, confettura di pesche di Campagna Amica e cacao. Niente conservanti. Nata per sposare il Brachetto, se non trova il suo compagno credo rischi di emigrare verso i lidi della Malvasia. Ma io un giorno sogno di vedere questa torta buonissima, eccezionale, con la “Denominazione Comunale”, così come domenica 7 marzo accadrà a Camino Monferrato con la torta di Ciapett. Se son rose... Ciao Anna, insuperabile regina della Barbera tratto da Vita 19-02-2010 ![]() Anna Martinengo da Belveglio stava dall’altro capo della collina a panettone di Rocchetta Tanaro. Per arrivarci Giacomo passava per i sentieri di quello che oggi è il parco naturale, tra le vigne di barbera. E quando arrivava sotto casa sua con la brigata di amici, le cantava una canzone che faceva: “Ti amo perché... con quel volto di bambina”. Giacomo era Giacomo Bologna, il re della Barbera, il più straordinario uomo del vino mai conosciuto, che sabato 6 febbraio, giorno di san Riccardo re, ha potuto riabbracciare la sua Anna, dopo 19 anni. E lo ha fatto, sicuramente in Paradiso, dove accanto a lui c’erano Riccardo Riccardi (già san Riccardo Re) e Luigi Veronelli. Al funerale di Anna c’era la banda del paese e tutto, anche il dramma della morte, aveva il volto di un passaggio, tanto che Anna non sembrava per nulla andata via per sempre, ma in viaggio dove porta un destino buono. Io ho voluto bene a Giacomo, e mi sono nutrito della sua esplosione di vita. Ed ho voluto bene anche ad Anna, grande donna, grande madre, grande donna del vino, che mi ha insegnato la temperanza, quando mi trovai a guerreggiare con un gigante come Gino Veronelli. Non lo dimenticherò mai quando mi scrisse che le dispiaceva questo nostro mortificarci a vicenda. Quando l’ho salutata il 27 di dicembre mi ha detto: “Ci vediamo Paolo, se non qui da qualche altra parte ci vedremo”. Ed era serena, col sorriso che ha scacciato la disperazione nel cuore dei suoi figli, in Paolo Frola, il medico cantautore del paese, e in tutti quelli che le stavano accanto, fino ai suoi nipoti. Che donna! La sera del 6 febbraio, dopo il rosario, Beppe e Raffaella mi hanno portato nella sala della loro casa e abbiamo bevuto la Barbera “Ai Suma!” (ci siamo!), con la stessa naturalezza con cui Anna ci aveva accompagnato fino a quel giorno, per farci capire come non mai che la morte è proprio e solo un passaggio della vita. Per la vita. Queste cose le ho imparate dentro l’abbraccio di un paese, di una comunità, dove il vino è questo collante che accompagna la vita. Anna e Giacomo, quanta vitalità, quanta positività, quanti grazie alla vita che m’han fatto celebrare in quella cantinetta calda. Stasera ho bevuto una Monella. Anna ti ricorderò per sempre! Monferrato in bocconcini nella sera di Parigi Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 12-02-2010 ![]() Credo di avere incontrato un angelo, l’altra sera a Parigi. E l’angelo si chiama Anna Ghisolfi (tel. 0131862299), una donna capace non solo di cucinare, ma di evocare il bello con i colori dei cibi e della natura. Si era al Petit Palais, alla cena di gala di “Monferrato, un certain savoir vivre au Piemont” e quel banco dell’aperitivo era in perfetta sintonia con la mostra degli orafi valenzani e con quella di Felice Giani inaugurata da Vittorio Sgarbi. C’erano dei lecca lecca che in realtà erano delle frittatine di ortiche della mia memoria, c’era il colore imperioso del cavolo rosso liofilizzato che sembrava un’aria, c’erano gli acini d’uva avvolti nel formaggio caprino e nelle noci. Non c’erano fritti grevi, ma bocconcini misurati che m’hanno evocato il “cuoco piemontese perfezionato a Parigi”. Guardavo la gente e sembrava colpita in modo non consueto da quella che si chiama bellezza, che qui era ricercata, pensata, esplicitata. A cena gli agnolotti erano soavità pura fatta di brasato e gocce di Barbera (geniale), il gelato alle castagne con marroni, erbe e verdure dolci concludeva in crescendo, come in tutte le grandi cene. E io sono a guardarmi la foto di quel cestino finale di croccante ripieno di squisitezze di casa nostra. Mancavano la bagna caoda, il vitello tonnato e l’insalata russa? Ma chissenefrega: questo era un certain savoir vivre au Piemont. Della serie: voliamo in alto quando serve. La corriera del Freisa vale un viaggio Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 22-01-2010 ![]() Sarà che il chilometro zero reso ideologia, come tutte le ideologie, ha un limite, ma se si prende il buono del valore si comincia a conoscere qualcosa del mondo che ci circonda. Ciò che non porta a conoscere, invece, è trovare in maniera sempre più incalzante le fragole al dessert in pieno inverno. Che delusione vederle nella macedonia al bar o nella preparazione, anche di ristoranti importanti, di un dessert. E non è questione di chilometro più o meno zero, ma di incultura: le fragole d’inverno sono insapori e vanno contro l’ordine delle stagioni che portano gusto e sapore. Altra contraddizione è poi la resa incondizionata al fatto che la paura dell’etilometro ci priva ormai del vino al ristorante: nessuno prende iniziativa, nessuno spiega come conoscere il proprio corpo in rapporto all’alcol, nemmeno chi ha messo quei paletti che somigliano a una roulette russa. Così Giuseppe Fassino, fondatore della bottega del Vino del Freisa, ha inventato la Corriera del Freisa: ogni sabato il pullman parte da piazza Carlo Felice a Torino e arriva a Moncucco per una cena a tema, diversa ogni settimana, e per assaporare il Freisa. Sul sito www.bottegadelvinodimoncucco.it è spiegato tutto: ma il bello dell’iniziativa è che rimette insieme la gente e dà uno schiaffo a quel proibizionismo che è in noi. Il mio viaggio d'inverno nel Monferrato che amo Dalla rubrica "Castigapiatti" del settimanale "Vita" 08-01-2010 ![]() Adesso la neve scende con precisione. I giornali e le tivù ti avvisano con giorno e orario e subito le amministrazioni si mettono in moto, pensando che le elezioni non sono poi molto lontane. La prima seria neve dell'anno mi ha colto in piena collina, in un paesino del Monferrato che era da cartolina: Portacomaro. Siamo arrivati sulla piazza, davanti al torrione dell'antico castello e Andrea Cerrato ci ha fatto vedere i lavori di ristrutturazione di un albergo con tanto di ristorante e camere che nascerà dentro l'antico maniero. Sotto apre le porte la Bottega del Grignolino, dedicata al vino principe di queste colline, dove c'è una trattoria che fa il fritto misto alla piemontese più buono del mondo. Nella piazzetta di sopra, di fronte al Municipio, c'è una casa che presto ospiterà degli artisti. Verranno qui per ispirarsi e creare le loro opere, con l'unico vincolo, in cambio dell'ospitalità, di fare una mostra, la loro prima mostra in questo paese. Siamo entrati nella casa, ristrutturata da poco con tanto amore, e c'era una mostra di presepi di ogni parte del mondo. Il più bello era quello della sorella di Guido Nicola, il maestro d'Aramengo, fatto di 150 statuine di ferro e lana. Maria Teresa Nicola è un genio, un genio di questi paesi dove la neve che arriva sembra avvolgere dentro a un abbraccio come il calore di una comunità. Poco più in su, in località Sant'Agata, c'è una cantina che fa il Ruchè, un altro vino speciale di queste terre, dalla nuance aromatica che in Giappone abbinano al sushi. Nella parte opposta, verso il basso, c'è invece la trattoria Bandini, in frazione Cornapo', una delle mete felici della mia GuidaCriticaGolosa. Non è lontana dal casello autostradale di Asti Est, ma nessuno lo sa. L'autostrada è una comodità, ma al pari dell'omologazione e dell'appiattimento alimentare è come se avesse tagliato via i paesi, lasciandoli nel loro beato isolamento. Quel giorno d'inverno, a Portacomaro, m'è sembrato di rivedere Veronelli col suo tabarro che entrava nella farmacia di Carletto Bergaglio e beveva un bicchiere di Ippocrasso. Oppure era solo l'eterna visione di quelle vigne tracciate dai fiocchi di neve, punto di sostanza da cui partire, per dire, con Cesare Pavese, che troppo spesso si crede che il mondo e l'America siano distanti migliaia di chilometri e invece sono lì, a portata di mano, dove ci sono le nostre radici. Resort monferrini con soste ghiotte Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 09-10-2009 ![]() Il sogno di Gianfranco Pittatore, indimenticato presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria scomparso due mesi fa, si sta avverando. E si chiama Monferrato. L’ho pensato quando ho visto la nascita del relais Monferrato Resort a Cereseto o dopo aver visitato l’irresistibile Resort Tenuta Montemagno. Ma ci sono posti più belli? Nelle due direttive del Monferrato io mi fermerei a mangiare in tre posti. Il primo, non lontano da Cereseto è Le Corte di Odalengo Grande (frazione Vallestura - tel. 3398645585) dove ambiente e cucina appassionata hanno quell’informalità ideale per sentire i sapori di questa terra. E qui vorrei il coniglio con le patate da godermi con una Barbera. Il Grignolino l’ho invece bevuto a Grazzano Badoglio, da Natalina (viale Pininfarina, 43 - tel. 0141925185) accompagnando il menu di questa trattoria d’altri tempi, che m’ha servito i maltagliati della casa al sugo d’arrosto e gli involtini di scamone con purè. A Montemagno, invece, si stappa il Ruchè, e il ristorante La Braja dei fratelli Palermino (via San G. Bosco, 11 - tel. 0141653925) ne è fornito dei migliori campioni. Lo vorrei sulla carne cruda, sulle orecchiette (sono pugliesi) o con la coscia di faraona disossata con spinaci e crema di parmigiano. Che belle soste! L’esclamazione non è mia, ma di un langhetto (come lo era Pittatore), che si sta innamorando del Monferrato: si chama Giacomo Oddero. Due grandi uomini, due ottimi seminatori. Mirabello riscopre il sapore della tirà Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 25-09-2009 ![]() Nel forno di Masio, quando avanzava la pasta del pane, zio Vigino decideva di fare la tirà: un impasto impreziosito soltanto di uva passa. Per i paesi del Monferrato, agli inizi del secolo scorso, questo era il dolce che segnava la festa della leva. E nei giorni scorsi la comunità di Mirabello Monferrato m’ha fatto assaggiare la sua tirà, frutto di ricerche tra le massaie del paese per addivenire a un prototipo riconosciuto. Ora, dico subito che all’assaggio m’ha entusiasmato (me la sono mangiata tutta). Intanto è una focaccia di pasta tirata a lungo e impreziosita con la semplicità dell’uvetta. E poi ha la fragranza di quelle particolarità italiane né dolci né salate, che si accompagnano al vino rosso, al bianco secco e anche ai salumi. Io sogno così di arrivare un pomeriggio d’autunno in questo paese bellissimo, entrare nella Bottega del Centro di via Roagna e vedermi offrire la “tirà ad Mirabè” col salame cotto e un bicchiere di Grignolino. Sogno anche che lo sforzo encomiabile di questo Comune diventi una De.Co. (Denominazione Comunale), così come accadde a Rivalta Bormida. Ci sono tornato dopo un anno, con la sorpresa di casa Bruni (via Torre, 6 - tel. 0144372839) un ristorante di tono che m’ha servito, oltre a piatti eccellenti (tortelloni alle ortiche, controfiletto di manzo ai carboni) anche il notevole semifreddo di zucchini, pistacchi e fiori caramellati. Ecco cosa succede quando si mette in moto un’identità. La contesa irrisolta della robiola Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 18-09-2009 ![]() Il più bel piatto dell’anno? Una robiola di Roccaverano di un mese, della Cascina Buttiero & Dotta di Roccaverano. Me l’ha servita il patron della Locanda dell’Olmo di Bosco Marengo (piazza Mercato, 7 - tel. 0131299186), nel dehors sulla piazza, una domenica sera insieme a due amici che da Laigueglia andavano verso Milano. Li ho fatti uscire al casello di Novi e, anziché fargli fare la coda per il rientro, li ho rinfrancati con quella robiola di latte di capra, di un’azienda famigliare che il collega Oldrado Poggio, anche lui natìo di Roccaverano, mi fece conoscere quindici anni fa. Che buona! Vabbè, io sono di parte e lo dichiaro apertamente nei giorni di Cheese: il formaggio per cui vado matto è questo, che stava nel cuore di Giacomo Bologna e che io acquisto sempre in coppia: una robiola la consumo subito accompagnandola solo con un filo del miglior olio extravergine di oliva della mia dispensa e un poco di pepe; l’altra la faccio stagionare fino a che non diventa dura. E poi la grattugio sul risotto o sui maccheroni. Con Piero Sardo che per Slow Food cura i presidi, non ho ancora risolto una contesa: è meglio il vino rosso o il vino bianco? Lui sostiene che il Gavi sia adatto (e io dico: a patto che la robiola sia stagionata oltre i 40 giorni); io sono per il Dolcetto di Diano o di Dogliani. La querelle non è ancora stata risolta. Ed è bello che sia così: quanti assaggi e prove mi aspettano ancora? Sindaci: è tempo di De.Co. dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 12-06-2009 ![]() Assuntina Lubiano, amica di mille battaglie agricole e pasionaria sarebbe stata felice di apprendere che il suo Comune, Francavilla Bisio, ha deliberato la De.Co. (denominazione comunale) per i canestrelli. Oggi che il quadro delle amministrazioni comunali è completato e che i sindaci sono pieni di buone intenzioni c’è da aspettarsi che altre De.Co. vadano ad aggiungersi. A Tortona arriverà la De.Co sui tradizionali baci? E la De.Co. a Moncalvo sul bollito misto? È il tempo delle De.Co., è il momento di portare allo scoperto le nostre identità, così come voleva Gino Veronelli col quale, a Barge e ad Asti ci trovammo insieme quasi a fare un giuramento: questa sarà la nostra battaglia. Ma non vorremmo perderla, e quando si sente parlare di denominazioni comunali, i termini tutela, marchio rendono fuorviante lo spirito di un’iniziativa che non può essere la via breve per semplificare altre denominazioni (Dop e Igp ad esempio). La De.Co. è come la carta d’identità, rilasciata dal sindaco, che in quel modo avvia un processo di marketing territoriale, rispetto al quale altri soggetti (un’associazione di produttori, un consorzio), un giorno potranno vergare un marchio di tutela. Ma non è il Comune che ha questo compito. Detto questo, la mia sosta a Gavi, passando sotto la casa di Carletto Bergaglio per arrivare all’ottimo ristorante Il Girasole (piazza Martiri della Benedicta, 15/r – tel. 0143643485), mi ha stuzzicato l’idea della De.Co. alle raviole a culo nudo. Si può fare? A cena sognando il mito di Coppi Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 15-05-2009 ![]() Coppi è ancora un mito? Credo di sì, anche se il tempo rischia di sbiadire un po’ l’immagine. Anni fa durante una tavola rotonda, un collega-coetaneo di Milano raccontò che era talmente forte in lui il mito da prendere la bicicletta e andare a Castellania. Ma quando arrivò da quelle parti non trovò neanche un bar aperto. Dovette ripartire, affamato e stanco. Vorrei scrivergli, adesso, dopo essere stato a Montale Celli, e aver percorso una strada con sette chilometri di pista ciclabile in mezzo alla campagna. Uno spreco o un omaggio a Coppi? Se non la fanno qui dove altro avrebbero dovuto farla? In questa frazione di Costa Vescovato c’è la Cooperativa Valli Unite, sommo e autentico agriturismo (Cascina Montesoro – tel. 0131838100) ma da qualche mese c’è anche un’oasi nelle colline, che invoglia alle merende e altro ancora. Si chiama Locanda Costa dei Vigneti (via Montale Celli, 2 - tel. 01311981191 • 3382151337): è un locale semplice che accanto ha uno show room di cioccolati d’autore. La moglie di Lorenzo Sosso anima il laboratorio “Lascia Che sia” a San Sebastiano Curone e qui rivende le sue specialità. In trattoria ci si va con lo spirito degli amici mangiando terrina di gallina, sformato di gorgonzola al miele, flan di carote e pecorino, agnolotti e spalla cotta di San Secondo con budino di Parmigiano. I vini sono tutti quelli eccezionali dei Colli Tortonesi che Coppi, in verità, non si sognava. Cucina d'autore e prezzi per giovani Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 08-05-2009 ![]() Costigliole è un paese della Barbera; Costigliole era la casa di Guido Alciati; Costigliole è uno dei paesi più belli del Monferrato dominato dall'imponente castello. E poi Costigliole per me è Gino, il bar di sotto, che stappa le migliori bottiglie dei produttori del paese (le trovate tutte anche nella fornita Enoteca del Barbera di via Roma, 9) accanto alle sue selezioni di formaggi. Mi piace ricordarlo così Costigliole e non riesco a capacitarmi che lo si voglia associare ad altro. L'altra sera ci sono andato, posteggiando l'auto davanti a quel palazzotto che ha fatto la storia della gastronomia italiana. E al posto di Guido oggi c'è la Sinoira (piazza Umberto I, 27 – tel. 0141966012), affermata cucina e anche ventata di freschezza, se lo chef Diego Bongiovanni ha scritto persino un libro sulla cucina dei fiori (edizioni Araba Fenice). È corredato di belle fotografie, con ricette geniali come la frittata di rose e camomilla, la minestra di pratoline e il coniglio arrosto con fiori di calendula. Questo giovane chef, da conoscere, ha dalla sua anche una linea di piatti per i celiaci che immagino ghiotti quanto i miei gnocchetti di patate al Castelmagno (che sarà anche un piatto inflazionato, ma quando è buono è da applauso). E poi la finanziera come una volta (a soli 8 euro) o il rotolo di coniglio con composta di mele. Siamo stati bene, bevendo vino vero (quello che invecchia per intenderci) e stimando la capacità di questo staff giovane che sa parlare - anche coi prezzi - ad altrettanti giovani. Soggiorni in campagna ok il prezzo è giusto Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 27-03-2009 ![]() Ogni volta che passo da Cocconato d’Asti, nel bar centrale del paese, ci sono sempre grappoli di motociclette. E arrivano anche da lontano. Dev’esserci stato un passaparola affinché questo paese diventasse una meta. Ora viene da chiedersi: quale sarà la capacità di spesa di questa ragazzi? La risposta l’ho avuta entrando alla Cascina Rosengana (via Liprandi, 50 – tel. 0141907587), dove alle 11 di sera era appena entrata una tavolata che ordinava gli agnolotti del plin. Quella sera ero lì a pernottare, nelle camere fascinose, tutto legno e calore, col terrazzo sul ballatoio dove godersi un sigaro e leggere gli sms di chi felice era stato alla Fattoria Roico di Montiglio (strada provinciale, 22 – tel. 0141906200) oppure Alle Tre Colline di Albugnano (via Serra, 4 – tel. 3337905376). Erano i miei amici di Reggio Emilia, colpiti dal fatto che la signora aveva regalato a ognuno una bottiglia di vino. Così il giorno dopo si sono fermati a cena. Io ho pranzato alla Rosengana un giovedì, e mi ricordo ancora il piacere del coniglio ripieno con le patate. La mia cena invece l’ho fatta a Cavagnolo Po, all’agriturismo Parva Domus (via Casa Porta, 51 – tel. 0119151811), dove la signora, musicista e appassionata di cucina, ha iniziato questa attività che sta dilagando in tutto il Monferrato. Non m’ero mai accorto, ma la capacità di accoglienza unita a un prezzo giusto, sta diventando il passepartout di un nuovo turismo di campagna. Villa Perona agriturismo dell'anno ![]() Il premio è arrivato a Golosaria Torino 2008, nella festa di presentazione della GuidaCriticaGolosa al Piemonte. Villa Perona (Cella Monte, via Perona 1 • tel. 0142.488280), la struttura di Franco e Ivan Pigino è stata premiata come agriturismo dell'anno. Nella foto, il momento della premiazione. Il grande Outlet e la piccola trattoria Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 14-11-2008 ![]() Giacomino Boidi, cioccolatiere di stanza a Castellazzo Bormida, ha presentato il libro della sua vita: “Incontri”, scritto da Laura Raiteri. Lo ha fatto a Torino, durante la presentazione del festival del cioccolato all’Outlet con la semplicità ancora disincantata di chi ha presente che tutte le cose nella vita accadono nei primi quindici anni. Lo dicono le foto del padre e dello zio, che lo hanno iniziato a questo mestiere e poi quella di Giorgio Onesti, il guru delle cose buone, col quale all’inizio degli Anni Novanta andai a fare la spesa nelle botteghe e nelle campagne, per raccontare quello che poi sarebbe diventato Il Golosario. E Giorgio Onesti passava le notti in via San Lorenzo ad Alessandria con quel Giacomino che lui riteneva un genio. Durante la festa del cioccolato sono stato colpito dal bar dell’Outlet dove svettano le migliori cose buone d’Italia e dove lavora Mariano Semino, che è il campione italiano dei baristi. E ho concluso: “È inevitabile che qualità chiami qualità”. Poi, su consiglio di Simona, sono andato in un paese grazioso, Grondona, dove non ero mai stato. Nessuno ci sarebbe mai andato se non per questa trattoria calda, in località Chiapparolo: la Pernice rossa (tel. 0143680189). Fanno la trippa con le fagiolane e i tortelli col gorgonzola e le pere. Il fenomeno dell’Outlet, e delle migliaia di persone che arrivano fino a qui è anche questo: una microeconomia che si risveglia. E i paesi rivivono, nel segno di una rinnovata positività. Un video per il Monferrato: Adotta un ricordo ![]() Segnatevi questo nome: Associazione Culturale “Cera una volta” di Villamiroglio. Il presidente si chiama Max Biglia, ed ha ideato un documentario bellissimo. “Lìlòria, adotta un ricordo” che è stato proiettato in anteprima a Solonghello, sabato 13 ottobre, con tutti i protagonisti che hanno raccontato la loro positività per la vita, inframmezzati da immagini mozzafiato del Monferrato e spezzoni di ricordi. Emozionante la storia di Giovanna Bevilacqua Scagliotti, presidente Anffas di casale Monferrato, della mastra Camagna, di Don Casa, della signora Balbo, del dottor Ottolenghi della Comunità Ebraica di Casale, dello scrittore Teresio Malpassuto, di Melania e Mario Brusa, di Nina Prati e del contadino Ugo Brusa. I due spezzoni di filmato sono stati introdotti dal direttore del Monferrato Maco Giorcelli e dal sottoscritto. E’ un film che andrebbe proiettato in tutte le scuole. Baci di dama e castelli la Val Rilate da riscoprire Dalla rubrica "Dolce&Salato" de La Stampa 09-05-2008 ![]() Mi sono innamorato della Valle Rilate, sulla strada che da Asti porta a Chivasso. Ma soprattutto mi sono innamorato dei castelli, come quello fascinoso di Cortanze dove una domenica ho conosciuto due campioni di Montechiaro d’Asti che insieme alla trattoria Tre Colli (piazza del Mercato, 5 tel. 0141901027) fanno un bel tris d’attrazione. Ora la panetteria dei fratelli Panzini (via Roma, 43 tel. 0141999193) ha puntato sui prodotti a base di nocciole e credo di non sbagliarmi se dico che la loro torta di nocciole è una delle più buone che abbia mai assaggiato. Superbi i baci di dama, resi ricchi e friabili e i canestrelli che rappresentano – è bene ribadirlo in attesa che arrivi una De.Co. in qualche Comune – un bene del Monferrato. Ma non è finita: a Montechiaro c’è pure la salumeria Rebaudengo (via Mairano, 3 tel. 0141999173), attiva fin dal 1835, sempre sotto la torre medievale del paese dove si gioca al tamburello. Imperdibile il salame cotto, da sublimare con un bicchiere di Grignolino di Cossombrato, ma di quelli di “marca Leone”, come si diceva un tempo per indicare una cosa molto buona. Ecco il “Cré Marcaleone” di Quarello, sarebbe da estendere a tutto il paese di Montechiaro: una chicca per passare una mezza giornata, non senza aver visitato la chiesa romanica dei Santi Nazario e Celso. |